di Donato CAPORALINI


ueste pagine intendono ricordare nostro padre, Amilcare Caporalini, a venti anni dalla scomparsa. Il nostro omaggio prende le mosse da una fotografia scattata nel 1935 in Africa Orientale. Partendo da quel documento abbiamo cercato di ricostruire gli avvenimenti di cui fu protagonista e testimone, utilizzando i suoi racconti, i documenti che direttamente lo riguardano (in particolare il registro matricolare conservato presso l'Archivio di Stato di Macerata), nonché la documentazione e le testimonianze che sono reperibili da altre fonti.
Si tratta degli anni che vanno dal 1935 al 1943, durante i quali nostro padre partecipò a ben tre campagne militari: in Africa Orientale per la conquista dell'Etiopia, in Albania e infine in Libia durante la seconda guerra mondiale.
La scelta di questo periodo della sua esistenza non significa che esso sia particolarmente rappresentativo della sua personalità (non è stato protagonista di nessun avvenimento straordinario, né ha compiuto atti eroici), ovvero che siano, almeno ai nostri occhi, meno importanti o peggio ancora trascurabili altri momenti e aspetti della sua esperienza (ad esempio il suo impegno civile e politico nel dopoguerra).
Più semplicemente ci è sembrata interessante questa fase perché ci ha permesso di incrociare le “normali vicissitudini” di un giovane italiano preso nella morsa delle pulsioni imperialistiche e guerrafondaie del fascismo con i ricordi di molti altri che hanno vissuto quelle stesse vicende e quello stesso clima storico e morale.

La foto qui a fianco ritrae nostro padre in Africa Orientale durante la guerra italo-etiopica del 1935-1936. Sul retro della foto si può leggere questa dedica autografa: “Al mio amico più caro amico Antonio in ricordo. Amilcare – Africa Orientale 25/5/1936/”(clic sulla foto per leggere la dedica)
L'originale dell'immagine che qui è riprodotta appartiene infatti a Franco Bartolini, figlio di quell'Antonio indicato nella dedica come “più caro amico” e destinatario della dedica. È alla non comune gentilezza di franco che dobbiamo la possibilità di disporre di questo documento. Dalla dedica si evince quindi che la foto è stata scattata nella primavera del 1936.
In quel momento nostro padre era un giovane uomo di quasi 26 anni, essendo nato il 6 agosto del 1910 a Buenos Aires, dove suo padre, Argeo, e sua madre Margherita Mezzelani erano emigrati nei primi anni del XIX secolo.

Amilcare era arrivato in Africa Orientale nel febbraio del '36. Dal registro matricolare conservato presso l'Archivio di Stato di Macerata risulta infatti che era partito per l'Eritrea con l'ospedale da campo 410 e si era imbarcato a Napoli il 12 febbraio 1935 per sbarcare nel porto di Massaua il successivo 21 febbraio.
In più di un'occasione nostro padre ci raccontò il suo arrivo in quel porto del Mar Rosso e la straordinaria impressione che Massaua gli procurò, già nel vederla dal bastimento su cui viaggiava. Abbiamo a disposizione una testimonianza che ci può aiutare a ricostruire l'animazione che si creava nel porto eritreo all'arrivo di una nave dall'Italia in quei mesi e provare a immaginare, quindi, che la stessa situazione si creò all'arrivo della nave che trasportava Amilcare.
Scrive infatti il maggiore Morosini nel suo diario pubblicato sul blog http://leritreadelmaggioremorosini.blogspot.com/ : “L’arrivo di una nave nel porto di Massaua, uno dei più importanti del Mar Rosso, era sempre un avvenimento. Bastava che un qualsiasi mercantile gettasse l’ancora di fianco alla Banchina, come era familiarmente chiamato lungomare Umberto I, perché decine di persone si accalcassero sul molo, sgomitando per conquistare la prima fila vicino alla passerella.
I più veloci ad arrivare erano i ragazzini eritrei, alla ricerca di una qualsiasi valigia da portare fino al più vicino albergo in cambio di una manciata di centesimi. Poi era il turno dei venditori d’acqua e dei commercianti arabi e nel giro di qualche minuto si avvicinavano alla banchina anche gli italiani, a partire dagli ispettori della dogana, che si facevano largo a pedate fra gli scugnizzi e i facchini del porto. Quando poi attraccava da Genova il postale celere della Compagnia Italiana Transatlantica oppure il piroscafo mensile del Lloyd Triestino, l’attesa diventava frenetica.
La nave era ancora impegnata nelle manovre d’ingresso nel porto e si apprestava a oltrepassare il promontorio di Abd el Cader, in direzione delle banchine Salvago Raggi e Regina Elena, ma già il lungomare brulicava di folla. Vedevi accorrere i soldati in attesa della posta, i fattorini degli uffici coloniali che aspettavano il funzionario di turno dall’Italia, mentre i factotum degli alberghi cittadini – dal Grande Albergo al Savoia, fino ai più modesti Ghedém e Manetti – scrutavano come rapaci i passeggeri che scendevano dalla nave, in cerca di clienti.
Lungo la Banchina non mancava neppure la solita dozzina di sfaccendati, che passeggiavano svogliatamente su è giù per il molo.
Per lo più era gente che campava di piccoli traffici, ai margini della legge. Alcuni avevano trasferito in Africa Orientale il millenario mestiere del ruffiano e incuranti delle occhiatacce se ne andavano per la banchina tenendo a braccetto donne dal trucco pesante e dallo sguardo malizioso. Così, tanto per fare un po’ di réclame alla mercanzia.”
Non è difficile immaginare come questa vivacità potesse impressionare i soldati che arrivavano in quei luoghi esotici, dopo una decina di giorni di viaggio per mare. Nel 1935, scrive sempre Morosini, è un susseguirsi di frenetico di arrivi, nell'imminenza della guerra di cui si intuisce l'avvicinarsi ineluttabile: “Nel porto di Massaua i convogli militari si alternano ai mercantili e ai piroscafi che, dopo un lungo viaggio attraverso il Mediterraneo, il canale di Suez e il Mar Rosso, scaricano incessantemente merci e passeggeri diretti alla colonia.”

Chi, come nostro padre, arriva del tutto impreparato in quei luoghi non può che subire i contraccolpi del clima canicolare: a differenza di Asmara e delle altre città dell'altipiano, dove il clima è mite, quasi costantemente primaverile, sulla costa la temperatura è infatti insopportabilmente elevata fin dalle prime ore del mattino.
Alcuni scatti conservati nel Museo di fotografia contemporanea di Cinisello Balsamo ci aiutano a immaginarci l'ambiente di Massaua.
La foto qui a fianco fu scattata proprio nel 1935 da Federico Pantelani durante il suo viaggio in Africa, e ritrae la nave da carico “Campidoglio” nel porto di Massaua.

Un'altra immagine, tratta dallo stesso reportage di Federico Pantelani, ci mostra invece le imbarcazioni dei pescatori locali nel porto eritreo.
Amilcare rimase in Africa Orientale fino all'inizio del 1937, quando rimpatriò imbarcandosi, il 4 febbraio, dal medesimo porto di Massaua per giungere a Napoli il successivo 14 febbraio.
La foto riprodotta all'inizio e le altre che seguono si riferiscono a questo periodo di circa un anno in cui partecipò alle operazioni di guerra in Etiopia.
Non siamo in grado di ricostruire gli spostamenti del suo reparto.
Le immagini ce lo mostrano durante momenti di riposo, da solo o con alcuni compagni. Il suo atteggiamento sembra indicare una stato d'animo sereno.
Non bisogna dimenticare però che la guerra fu assai crudele. Nostro padre ce ne parlò sempre in modo assai negativo, rievocando alcuni episodi che per noi bambini assumevano il sapore dell'avventura esotica.
Il più impressionante si riferisce alla scoperta di cadaveri di animali e indigeni nel torrente dove un reparto aveva sostato e addirittura prelevato dell'acqua. La sezione di disinfezione di cui faceva parte Amilcare dovette provvedere al risanamento dell'area.
Non si può fare a meno, osservando la foto quasi idillica che lo ritrae immerso fino al petto nell'acqua di un torrente, di pensare a quell'episodio e all'orrore che è sempre in agguato in una guerra.
Congedato nel febbraio del 1937, Amilcare viene richiamato alle armi il 30 agosto del 1939, e parte dal porto di Brindisi per l'Albania il 15 ottobre dello stesso anno.
Sbarcato a Durazzo il 17 ottobre, resterà in Albania fino al Gennaio 18 gennaio 1940, quando raggiungerà il porto di Bari.
Anche in questo caso, l'invasione del paese balcanico rispondeva ad un disegno di prestigio imperialistico del fascismo, che voleva in questo modo riequilibrare il rapporto con l'alleato tedesco. Hitler, infatti, aveva in poco tempo portato a termine l'annessione dell'Austria e della Cecoslovacchia.
In questo caso non disponiamo di immagini di nostro padre durante i tre mesi circa di permanenza in territorio albanese. Sappiamo solo che faceva parte del 31^ nucleo chirurgico della 6^ compagnia di sanità del Disttaccamento di Ancona.

Poiché l'invasione era stata portata a termine nel giro di cinque giorni a partire dal 7 aprile 1939, è evidente che la funzione di questo reparto era esclusivamente di tipo logistico.
In ogni caso esso risultava estraneo alle operazioni belliche, ormai concluse da tempo.

Lo conferma anche il Registro matricolare che non cita tra le operazioni di guerra a cui Amilcare ha partecipato l'annessione dell'Albania.
La foto Alinari ritrae le truppe italiane durante le operazioni di invasione dell'Albania dell'aprile 1939.
Passano pochi mesi (siamo nel maggio del 1940) e nostro padre viene di nuovo richiamato alle armi. Aggregato alla 6^ compagnia di sanità del Distaccamento di Ancona, parte il 4 giugno con la 17^ sezione di Disinfezione dal porto di Napoli per Tripoli, dove giunge il successivo 6 giugno.
Rimarrà in Libia fino al 24 settembre 1941, spesso in zona di operazioni. Di quel lungo periodo di vita ricordava spesso l'emergere di sentimenti di sfiducia e ostilità sempre più manifesti nei confronti della guerra voluta da Mussolini.
A volte questi pensieri assumevano la forma del dileggio per la retorica fascista.
Un esempio di questo discredito sempre più esteso verso le sparate della propaganda fascista si verifica durante uno dei numerosi bombardamenti di Tripoli.
Le bombe provocano il panico in un commilitone che fino a quel momento aveva dimostrato entusiastica adesione alle parole d'ordine del regime, in particolare quella secondo cui Mussolini con la guerra stava “allargando il mediterraneo” per il popolo italiano. Mentre il soldato trema di paura sotto le bombe inglesi, i suoi commilitoni lo sbeffeggiano dicendogli: “adesso te lo allargano loro, il Mediterraneo!” Nel registro matricolare non è riportato alcun dato sul luogo di imbarco e quello di arrivo, il che potrebbe confermare il racconto di un viaggio aereo molto pericoloso per l'incombente presenza della caccia inglese, ormai padrona dei cieli. Successivamente nostro padre seguirà la vicenda di molti altri italiani, che in seguito all'armistizio dell'otto settembre 1943, abbandoneranno l'esercito sottraendosi ai richiami e alle minacce della RSI e dei tedeschi.